martedì 6 novembre 2007

Un popolo invisibile


Rom, Gitani, Tzigani, Sinti, Manouche nel linguaggio comune zingari, sono loro la nuova minaccia sociale da arginare con ogni mezzo, loro i responsabili delle paure della gente e dello stato di insicurezza delle città, insomma un nemico ripugnante per il quale a priori, non è conveniente e tanto meno giustificato instaurare un ponte culturale o un eventuale dialogo. Oggi questa nicchia umana, diventa l’ opportunità per molti, di riaffermare dei concetti di superiorità di cultura, di forma, di razza. Tali macabre insensatezze, parevano destinate a scemare, dopo lo scempio della guerra che distrusse il nostro paese nei vicoli e nei palazzi ma che non riuscì a sradicare il pensiero xenofobo e antisociale cullato da quasi trent’ anni di fascismo.

La gente comune, dove per comune intendo quella dei luoghi comuni, che non sa misurarsi con altre culture, afferma: “Non è pensabile di vivere in quelle baracche, ai giorni nostri, e poi i Rom, (che nella loro ignoranza scambiano per i rumeni), sono sporchi, puzzano, rubano, uccidono, a cosa servono?”

Ecco quest’ ultima, è l’espressione più infelice, più intollerante, più sciocca; è la dimostrazione più evidente che questa società che ci sforziamo di cambiare, è marcia più di chi persegue, è vittima di anni di progresso, all’insegna di una evoluzione basata solo ed esclusivamente sull’utilità economica, e giorno dopo giorno, trovandosi di fronte a nuovi bivi evolutivi, sceglie, peccando in riflessione e analisi, la strada più buia, dalla quale poi finisce sempre per dover tornare indietro.
Sarà così anche per i Rom, speriamo…

A dire la verità per questo popolo, la vita non è mai stata una passeggiata, sempre relegati ai margini della società, sin dalle loro prime migrazioni da un vasto territorio riconducibile oggi all’India e al Pakistan, sono stati perseguitati e in parte sterminati durante la seconda guerra mondiale. Hanno subito un olocausto in tutto e per tutto, che la Germania nazista, ha perpetrato nei campi di concentramento di Auschwitz o di Bergen-Belsen, per fare degli esempi, nomi tristemente noti per un altro genocidio, quello degli ebrei. Ma se a questi ultimi, è stato garantito persino uno Stato (Israele), con evidenti vizi di legittimità, i Rom, faticano a trovare un ritaglietto nei libri di storia e occupano appena un solo paragrafo nel lungo atto di accusa al nazionalsocialismo al processo di Norimberga.

Gli zingari in questo versante sono molto meno pretenziosi di altre identità etniche storiche, sia per la loro natura variegata perché innumerevoli sono le culture e le differenziazioni al loro interno, sia per il loro particolare spirito, tanto libero quanto antico, che li vuole in molti casi, viaggiatori e non sedentari, anche se definirli nomadi non è corretto per la percentuale molto elevata (la metà circa) che non si sposta di continuo ed è invece radicata da anni, nei diversi territori d’Europa.

Di seguito una poesia, che nonostante i caratteri dolci ed evocativi, sintetizza in modo lucido quello che ogni Rom, coltiva nel proprio spirito, un amore per la libertà vera, incompatibile con il mondo artificiale di oggi, dalla quale traspare un fascino quasi romanzesco, e una peculiarità umana di immenso valore, che penso sia utile conservare e mantenere, come patrimonio unico della nostra umanità.

Noi Sinti

Noi Sinti abbiamo una sola religione: la libertà. In cambio di questa rinunciamo alla ricchezza, al potere, alla scienza e alla gloria.Il nostro segreto sta nel godere ogni giorno le piccole cose che la vita ci offre e che gli altri uomini non sanno apprezzare:una mattina di sole, un bagno nella sorgente, lo sguardo di qualcuno che ci ama. É difficile capire queste cose, Zingari si nasce.Ci piace camminare sotto le stelle, la nostra è una vita semplice, primitiva. Ci basta avere per tetto il cielo. Un fuoco per scaldarci e le nostre canzoni quando siamo tristi.

Vittorio Mayer Pasquale, da "Lacio Drom", rivista di cultura zingara, 1973

I versi qui riportati collidono talvolta con le realtà critiche di alcune metropoli italiane, dove il problema della criminalità per lo più di basso livello, malgrado l’ultimo episodio di cronaca nera, che ha visto la morte di una donna romana per mano di uno stesso Rom, è talvolta legato alle pratiche di alcuni zingari, che includono oltre all’accattonaggio e all’elemosina, con forme di sfruttamento vere e proprie soprattutto ai danni di minori, il furto, lo spaccio, le rapine ecc.

Non è un fenomeno legato alla cultura, bensì alle condizioni di emarginazione che vivono gli stessi Rom acuitesi nel corso degli anni, e all’incapacità di questo sistema di includere i vari ceppi sparsi per la penisola in un ampio progetto educativo, che limitasse i fenomeni di sfruttamento minorile, rendendo la scuola l’alternativa costruttiva alla criminalità che spesso diviene un’esigenza e non una scelta di vita.

Entro i ranghi del popolo zingaro esistono sicuramente i criminali, come Nicolae Moilat l’assassino di Roma, ma è da respingere l’equazione che li vuole alla stregua sempre e comunque di delinquenti comuni.

L’intervento volto a portare migliaia di bambini zingari, fra i banchi di scuola, è il primo passo di integrazione su larga scala ed è praticabile con misure specifiche adottabili da regioni e comuni alle quali intrecciare il contributo prezioso che viene dal volontariato e dell’associazionismo.
Servono poi delle aree che siano in grado di ospitarli in modo dignitoso, dove non manchino i servizi più elementari, un po’ simili a quelle già esistenti per le soste dei tanti campeggiatori nostrani, che dispongono di roulotte ma non sono Rom.

A questi interventi pratici e immediati, dovranno seguire iniziative più prettamente culturali, che valorizzino i molteplici aspetti della cultura Rom spesso tristemente sottovalutati.

Personalmente dal mio studio della chitarra jazz, sono venuto a conoscenza di un mondo che mi ha affascinato e coinvolto tanto da diventare la mia prima passione in ambito musicale, sto parlando della musica manouche.
Ebbe origine dalla fusione del jazz d’oltreoceano (genere anch’esso definito una palestra di contaminazioni) e la tradizione del valzer musette francese nei primi anni 30’, grazie al contributo, in particolare di uno zingaro d’eccellenza Django Reinhardt, genio della chitarra. Da lì nacque un filone per il quale possiamo parlare di un genere a sé stante, che oggi è in continua espansione per l’opera di molti musicisti per lo più di etnia o tradizione zingara, soprattutto alle chitarre e ai violini, strumenti principi di questa musica straordinaria.

Facendo leva su queste realtà culturali sono possibili la creazione di percorsi che avvicinino la nostra cultura con quella gitana, per scoprire poi quanto siano sbagliate le nostre etichette, quanto siano ingiuste.
Potete trovare ulteriori approfondimenti e notizie sui Rom e il loro mondo a questo indirizzo:



mentre per chi desidera conoscere più approfonditamente la musica manouche, scrivetemi (michelebolzenaro@libero.it), posso mettere a disposizione del materiale audio-visivo di cui dispongo.


Michele Bolzenaro