venerdì 1 febbraio 2008

“Sin maiz no hay pais”


Un nuovo grido di protesta e disperazione si leva dal Messico, è quello dei campesinos (contadini). Dopo i professori, i maestri e gli studenti di Oaxaca, dopo gli indios di Marcos, ora una nuova scossa sembra investire la calma apparente di questo paese, mai sfociata da dopo Zapata y Pancho Villa, in una spinta radicale e risolutrice, in grado di scuotere interamente le coscienze e porre rimedio ai tanti problemi sociali ed economici che affliggono da anni la nazione.

Anzi, succede quasi sempre da questi parti, che la semplice quotidianità di questo popolo, fatta di comida, familia y un buen tequila, allontani le rivendicazioni, le battaglie, le lotte, proprio quando si pensa che la miccia sia destinata ad esplodere.
Oppure se proprio qualcuno è cocciuto come i cittadini del movimento della Appo, ci pensa la Policia Federal Preventiva o la famigerata Policia Judicial a fare desistere i più testardi con la repressione violenta.

E’ l’impostazione dell’attuale governo messicano guidato da Felipe Calderon, (e ancor prima da Vicente Fox) che ha già testato la propria “forza” ultimamente a Oaxaca appunto e continua a farlo in Chiapas, senza che i giornali internazionali e la stampa locale marchi più di tanto i metodi, per i quali anche il governo italiano (ormai ex), in occasione della visita del presidente messicano in Italia lo scorso anno, aveva sottolineato l’esigenza di rispettare i fondamentali diritti umani, troppo spesso calpestati in Messico.

Ieri una folla di circa 130.000 persone, alcuni muniti di trattori o con a presso il loro bestiame, e altri partiti anche 10 giorni prima dalle terre più remote dei 32 stati federali, ha riempito lo Zocalo (piazza principale) di Città del Messico.
Los chilangos (cittadini di Città del Messico) si sono visti colorare la immensa città (così densamente abitata anche a causa dell’esodo progressivo dalle terre dei contadini stessi) di cartelloni e striscioni che recitavano soprattutto lo slogan titolo di questo post e cioè “sin maiz no hay pais” (Senza mais non c’è paese), scelto dal comitato promotore della manifestazione ed emblematico assunto della situazione economica del paese.

Al centro della protesta il trattato di libero commercio dell’America settentrionale meglio conosciuto come Nafta, accordo sottoscritto da Stati Uniti, Canada e Messico, che appunto prevede dal 01 gennaio 2008, la libera circolazione fra questi Stati di prodotti vitali per il popolo messicano, come il mais appunto oltre che i fagioli altro cibo immancabile nella dieta del messicano medio, ma anche la canna da zucchero e il latte in polvere.

Gli stessi prodotti ma a stelle e strisce, e con prezzi vantaggiosi rispetto a quelli interni, stanno già invadendo i banchi dei mercati messicani e in poco tempo salvo qualche misura straordinaria, (peraltro impossibile vista la tenacia del governo di soprasedere in tutto e per tutto ad ogni singola richiesta proveniente dagli States), manderanno in declino il già compromesso settore agricolo locale.

Le denunce più incalzanti da parte delle oltre 300 organizzazioni contadine che hanno aderito alla campagna, riguardano la differenza abissale di sussidi esistente fra Messico e Usa e quindi alla quasi assenza di investimenti da parte del governo statale, in questo settore ancora nevralgico per l’economia messicana e per la sussistenza di una grandissima fetta del suo popolo.

Le attuali condizioni danno luogo ad una serie di effetti negativi che investono tutto il paese.
L’effetto più tangibile (già presente da circa 15 anni e in costante crescita) è l’abbandono delle terre da parte di molti campesinos che saranno costretti ad emigrare quasi in massa, verso gli Stati Uniti, i quali a loro volta stanno innalzando la tensione e promuovendo manovre volte a contrastare con ogni mezzo l’ingresso clandestino di cittadini stranieri (da ultimo l’Arizona sta approvando una legge sulla scia della manovre dure deliberate in Texas e in altri Stati che addirittura prevedono un periodo forzoso di carcere per i cosiddetti “clandestini”) stringendo così quasi in una morsa la popolazione contadina che si troverà respinta dalla propria terra e pure esclusa da quella straniera.

Inoltre gli infiniti appezzamenti di terra del Messico sia a Nord che a Sud, sono destinati a diventare un boccone appetibile per le multinazionali e per pochi latifondisti che già esercitano un ruolo di monopolio nel mercato interno affossando definitivamente l’ipotesi contadina tradizionale.

Il paradosso del “neoliberismo applicato”, così artificiosamente dissimile da quello teorico per il quale il libero scambio, è la soluzione di tutti i problemi economici, racchiude non una, ma mille ipocrisie, ma mi piace sottolineare questa, relativa alla circolazione delle persone perché la trovo paradossale più di ogni altra cosa.

Mentre gli oggetti e le merci sono libere di vagare per il mondo e rendere ricchissimi i ricchi e morti di fame i poveri, solo per varcare il confine con il Messico in 15 anni di Nafta sono morti ufficialmente più di 5.000 persone, senza contare tutta la gente che muore di stenti, o in clandestinità e per i quali le stime risultano troppo ottimistiche.

A tutte le conseguenze già esposte aggiungiamo un’importante considerazione di carattere alimentare e che registra ancora una volta l’immoralità del “capitale”; infatti, mentre a Nord del Rio Bravo e cioè nella nostra grande mela, il mais statunitense per gran parte transgenico serve per l’alimentazione del bestiame, le importazioni nello Stato messicano sono destinate invece al fabbisogno alimentare umano, quindi tortillas (cibo tipico messicano) transgeniche. Ora, posto il fatto, che la scienza non ha ancora enunciato con formula piena l’assoluzione dei cosiddetti OGM dai possibili danni all’uomo causati dal consumo degli stessi per uso alimentare, è immorale il diverso uso e la diversa destinazione di questi prodotti.

Chiudo constatando i fatti e le cronache dalle quali emerge un’assoluta passività del governo Calderon, rispetto alla vertenza posta dai contadini e da ampie fette della società civile, e voltando lo sguardo al futuro non prossimo ma immediato affiora in me un triste presagio.
Pare infatti che posto ormai questo vincolo di libertà ai prodotti della terra e superata la crisi momentanea prima che il popolo si risvegli nuovamente, manchi solo una cosa in Messico da privatizzare e da rendere fruibile ai mercati stranieri: “l’oro nero”.

Per chi è stato in Messico, ricorderà la scritta Pemex campeggiare oltre che sui normali distributori di benzina in lussuosi palazzi talvolta fin stridenti rispetto ai contesti urbani e contadini di umili dimore della maggioranza dei messicani.
La sigla, è il nome della importante società di petrolio nazionale che praticamente detiene il monopolio del petrolio e che è di Stato, il mio triste presentimento alla luce di alcune dichiarazioni trovate qua e là sui quotidiani messicani è quella che si possa mettere mano su questo colosso per privatizzarlo.

Si arriverà a tanto ?? In questo mondo dove tutto è possibile e in special modo qui in Messico, non è da escludere a priori un tentativo del genere, come non è tanto meno da sottovalutare l’ipotesi che la miccia di cui si parlava all’inizio del testo, così lenta ad esplodere possa accendersi e scoppiare sotto i colpi bassi del neoliberismo selvaggio e della globalizzazione scellerata che qui producono come si è tentato di argomentare effetti catastrofici e nettamente visibili.

Michele Bolzenaro

1 commento:

Bren ha detto...

per quando nuovi articuli????
stiamo aspettando disperadamente